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Battiti d’Ali è il titolo della mostra
archeologica presentata al Castello Normanno Svevo di Gioia del Colle, in
permanenza fino al 30 novembre. “Storie di bambini nella Puglia antica”è un
viaggio nel tempo che racconta la condizione del bambino nella società
antica tra VII sec. a. C. e IV sec. d.C. attraverso i corredi funerari, i
giocattoli, gli ornamenti, gli affreschi, i vasi, una stele funeraria, e una
serie di iscrizioni. Il materiale proviene da diversi contesti geografici
locali:Minervino Murge, Ascoli Satriano, Taranto, Gioia del Colle, Canosa,
Egnazia e Brindisi, ed è stato rinvenuto durante le rispettive campagne di
scavo condotte quasi tutte, negli ultimi venti anni. Ritengo che sia una
mostra molto interessante, non solo perché documenta aspetti non molto
diffusi, ma anche perché coinvolge emotivamente il pubblico interessato, per
la delicatezza del tema e per la riflessione su come molte tradizioni non
siano affatto così lontane ma quasi ci appartengano nella quotidianità.
Nelle teche sono esposte una serie di statuine fittili, dei giocattoli, che
le mamme offrivano in dono nei santuari curotrofici(dal
greco“kouros”bambino), chiedendo la protezione della dea Era. Questi stessi
giocattoli potevano essere offerte votive di giovani fanciulle che
convolavano a nozze, come simbolo del loro passaggio dalla fanciullezza
all’età adulta;infatti, in antichità le donne si sposavano in età prematura,
verso gli undici, dodici anni. Tra i giocattoli sono esposti una serie di
piccoli animali, delle culle con bambini con sonaglio, cioè una pallina
inserita al loro interno che produceva un suono piacevole al movimento, una
bambola con corpo intero e arti mobili fissati al corpo centrale(queste
bambole erano generalmente in terracotta ma potevano essere anche in avorio,
e in questo caso si attestava una posizione sociale elevata). Un’altra
tipologia di gioco erano gli astragali, di forma rotonda, usati già nel
mondo egizio. Una preziosa statuina fittile riproduce l’Ephedrismòs, un
gioco infantile in cui in due avanzano a cavalluccio e spesso chi è sotto ha
gli occhi bendati; in due devono raggiungere il punto dove si trova la palla
che è stata lanciata da chi monta in groppa. Anche in antichità le nascite
venivano annunciate mediante un simbolo augurale esposto fuori alla porta,
che prevedeva un ramoscello d’ulivo per un maschietto, e una striscia di
lana per una femminuccia,ma anche in quei tempi, i bambini potevano non
essere riconosciuti dal loro padre perché affetti da malattie, e così
venivano disposti in una pentola di argilla, e collocati fuori
dall’abitazione, abbandonati a se stessi e lasciati morire di fame e di
freddo; nella mostra è stata allestita una teca in cui è esposto un
contenitore in sezione con le ossa di un bambino lasciato morire in questo
modo. Bisogna ricordare che purtroppo, era alto il tasso di mortalità
infantile, dovuto a malattie congenite o infettive;la sepoltura dei bambini
di pochi anni prevedeva l’inumazione in piccoli sarcofagi o in casse, dove
spesso venivano sepolti anche i loro giocattoli come corredo funerario.
E’interessante il ritrovamento in una tomba di un uovo di gallinaceo ancora
intatto, conservato all’interno di un vaso in terracotta, un unicum nelle
sepolture di queste regioni. Stretta tra i denti della bocca di un bambino è
stata ritrovata una moneta d’argento, l’obolo per Caronte, per il passaggio
nell’aldilà, tradizione mantenuta nelle sepolture cristiane con l’obolo di
San Pietro. Un altro importante documento delle usanze del tempo è il
ritrovamento di una sepoltura di una giovane di dodici anni che presenta una
acconciatura particolare, con ciocche di capelli fatte passare dentro
vasetti di terracotta, ancora oggi conservati integralmente.
Antonella
Colaninno.

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