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La città di Grottaglie custodisce da tempo la
pregevole arte della creazione della ceramica che l’ha resa nota in tutto il
mondo,e che le è valso il marchio D.O.C. accanto agli altri venticinque
centri ceramici riconosciuti. Grottaglie vanta oltre cinquanta botteghe
ubicate lungo il quartiere delle ceramiche,una zona caratterizzata dalla
presenza di grotte entro cui si trovano le botteghe artigiane e gli spazi
espositivi,che sfruttano l’umidità di questi ambienti per conservare al
meglio le proprietà dei manufatti ceramici,e che conferiscono anche uno
scenario particolare che si lega alla morfologia e alla storia di questi
territori,ricchi di gravine e di grotte,luoghi ideali per il raccoglimento
religioso nella profondità delle rocce;infatti,il territorio è ricco di
chiese rupestri che raccolgono gran parte della pittura medioevale
realizzata direttamente sulla pietra senza preparazione,o affrescata,le
quali sono nate come luogo di preghiera e di rifugio per le popolazioni
limitrofe e per quelle che giungevano dal vicino oriente,come i monaci
basiliani,ma c’è chi pensa che siano state create dalle popolazioni
contadine del luogo. La mostra sviluppa ogni anno un tema diverso,e
quest’anno ci riporta al mito di Venere e ai temi a lei connessi,quali la
bellezza, l’amore e la fecondità,e si divide in due sezioni: quella delle
opere storiche,che comprende circa trenta esemplari tra ceramiche,reperti
archeologici,statue,stoffe,stampe e quadri,databili tra il V sec. a.C. e gli
anni Trenta e Quaranta del ‘900; e quella delle opere contemporanee in
concorso, di ceramisti locali ed esteri,a cui si uniscono i lavori degli
studenti delle scuole medie inferiori e superiori,e le opere degli studenti
dell’istituto d’arte di Grottaglie. Inoltre,la parte museale comprende
oggetti provenienti dal Museo Civico di Lodi,databili al XVIII e XIX sec.,e
opere provenienti dal Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza. La
parte museale è allestita all’interno del Castello Episcopio,mentre le opere
in concorso sono esposte nel giardino Giacomo d’Atri annesso al
Castello,dove il tema di Venere e del suo legame con il mare è ripreso nel
pavimento intonacato a calce azzurra con motivi ad onde bianche e azzurre
che corrono in basso lungo il perimetro. All’elemento marino si unisce il
verde delle piante grasse e dei cactus posti nei vasi all’interno delle
sale del Castello che contribuiscono a connotare un’atmosfera
mediterranea,nella quale si espleta il mito di Venere. L’amore e la bellezza
in tutte le sue forme,dal corteggiamento alla prostituzione,dalla tenerezza
alla omosessualità,all’affetto materno sono il filo conduttore della mostra.
Alla tenerezza si riferisce l’epigrafe sepolcrale alla memoria di Cecina
Saturnina,morta all’età di diciotto anni, fatta realizzare da sua
madre,mentre il suo amato fece realizzare il sepolcro. E’ stata rinvenuta
nella necropoli romana di Salerno di prima età imperiale,ed è oggi
conservata al Museo Archeologico Provinciale di Salerno. Sempre da
Salerno,dalla Pinacoteca Provinciale proviene la scultura in terracotta di
Gaetano Chiaromonte degli anni Trenta del Novecento,che esprime voluttà
nelle curve sinuose del corpo nudo della donna,nella tensione che lo
irrigidisce,e nella espressione di piacere del volto,con il suo sorriso
malizioso e beffardo. La sensualità è legata anche all’immagine
dell’acquaforte datata al 1778,che ritrae Venere ed Eroti. La Venere è un
esplicito riferimento ad una nobildonna dell’epoca,che mostra la sua
opulenza nelle vesti discinte mentre scosta le tende sontuose del
baldacchino,lasciando intravedere il letto disfatto. La stampa esprime il
lusso e la sensualità degli ambienti di corte settecenteschi. In un’altra
acquaforte di XIX sec. raffigurante Venere e Cupido,si allude all’amore
materno che lega una madre al proprio figlio;Venere infatti,tiene in una
mano l’arco che ha sottratto a Cupido,come una madre che strappa dalle mani
di suo figlio un qualsiasi oggetto che può provocargli una ferita. Nel mito
Venere toglie a Cupido-Eros lo strumento con cui scaglia le frecce,dando
luogo a sentimenti d’amore o di avversione a seconda del tipo di freccia,in
oro o in piombo. La stampa riprende il quadro del Veronese,come è scritto
nell’iscrizione sottostante:”PAOLO CALLIARI VERONESE DIPINSE,PAOLO VITALI
INCISE IN ROMA”. In questo gesto,di chiara valenza simbolica,Venere vuole
mostrare la sua supremazia nelle “questioni di cuore” ed ergersi a sovrana
indiscussa dell’amore,ed è ritratta con un seno scoperto come un’Amazzone
della tradizione scultorea classica. Un’altra opera a tema è l’acquaforte
raffigurante sempre Venere e Cupido,ma in un’ambientazione e in una
realizzazione formale e stilistica diverse;le figure infatti,sono collocate
in un contesto paesaggistico e sviluppate su forme più morbide e ritmate,in
un contesto giocoso privo della severità dell’ìmmagine precedente.
L’atmosfera di spensierata giocosità è sottolineata dalla presenza del
fauno-satiro che appare dietro al cespuglio,con zoccoli caprini e flauto. Di
grande grazia formale è il tondo(un olio su tela)dal titolo “Scherzo di
Amorini”,della prima metà di XVIII sec. che ritrae due puttini speculari,uno
rivolto verso lo spettatore e l’altro verso se stesso,legati da un manto
rosso che svolazza tra i loro corpi. Nella stampa(acquaforte a cera molle)di
XVIII-XIX sec. raffigurante in un tondo Venere e Adone,la bellezza e l’amore
si sublimano;le due divinità simbolo di bellezza amoreggiano su un’alcova
sotto lo sguardo di Cupido alle prese con un tendaggio che lascia
intravedere un paesaggio boschivo sul fondo. Anche qui una legenda
sottostante attesta che si tratta della riproduzione del quadro di” Venere e
Adone”di Luca Cambiaso(conservato a Roma nella Galleria Borghese).La
mitologia ci ricorda che Venere –Afrodite poteva amoreggiare con Adone solo
sei mesi l’anno sulla terra, mentre gli altri sei mesi erano dediti a
Persefone negli inferi;infatti,così Zeus aveva risolto la controversia tra
le due donne rivali in amore. Secondo la leggenda dall’amore di Venere e
Adone è nata la rosa,simbolo dell’amore,dalle lacrime versate dalla dea per
la morte dell’amato(tante furono le lacrime versate quante furono le gocce
di sangue di Adone,da cui invece,nacque l’anemone). Il mito della bellezza
trionfa anche nelle due statue romane acefale in marmo di età imperiale. Una
scultura ha le parti intime coperte da un panneggio(himation) che scende
lungo i fianchi coprendo le gambe che però,si evidenziano dall’effetto
trasparenza; è una figura dalle membra pesanti che scaricano il peso sugli
arti inferiori che cercano a fatica un equilibrio nei piedi distanziati e
nelle ginocchia flesse. Questa Venere “vestita”(una variante dell’Afrodite
Cnidia capitolina)ha accanto un delfino,che nella composizione sembra quasi
voler bilanciare il peso della figura,e ha qui una valenza di attributo,a
ricordare la nascita di Venere dalle acque del mare. La Venere acefala
“desnuda”presenta un maggiore equilibrio formale,realizzato nella leggera
torsione del busto su cui si allinea il bilanciamento di braccia e gambe.
E’una copia di età romana su modello dell’Afrodite Cnidia di Prassitele(di
cui ci sono cinquanta copie al mondo).In una teca si conserva un anello in
argento di epoca ellenistica(prima metà di terzo sec. a. C.)che rappresenta
a sbalzo la figura di Eros-Cupido figlio di Afrodite,caratterizzata dalla
presenza di una freccia con la punta rivolta in basso e un uccello posto
sull’altra estremità. Tra i reperti archeologici sono di particolare
bellezza un gruppo di colombe fittili su cui è ancora visibile in parte la
decorazione che disegna il piumaggio. Fanno parte della Collezione Boezio
donata nel 1928 al Museo di Salerno.Sono state rinvenute nel 1896 nel
giardino di casa Boezio,e risalgono al V-IV sec. a.C. La collezione fu
divisa tra Salerno e Parigi. Provengono da un’area adibita a santuario
dedicata ad Afrodite e rappresentano il simbolo della divinità e alludono
all’amore sessuale. Inoltre,questo animale veniva allevato presso i santuari
e rappresentava il dono che gli amanti facevano alle loro donne con chiara
valenza allusiva. Legato all’amore,anche a quello omosessuale, è un piatto
in ceramica graffita,databile al XV-XVI sec che riporta il disegno di un
coniglio nel centro del fondo. Nella società greca arcaica e classica
l’animale veniva offerto come prova d’amore e come auspicio di fertilità;la
sua rappresentazione fu ancora in auge in epoca cristiana;infatti,la si
ritrova sulle lucerne,benché sia un soggetto comune anche alle ceramiche
bizantine. Una lucerna databile al II sec. d.C .rinvenuta nella necropoli
romana di Salerno,riporta nel disco una scena erotica di accoppiamento tra
un uomo ed una donna. L’atto sessuale era un tema decorativo ricorrente su
questi manufatti,accanto al tema mitologico,agli animali e ad altri generi.
L’atto della copula è rappresentato esplicitamente in una ceramica degli
anni Trenta-Quaranta del Novecento che riproduce l’accoppiamento di due
somarelli di colore blu e ocra;nella simbologia l’asino rappresenta la
lascivia e l’energia dell’atto sessuale per la robustezza della sua
corporatura. Un gruppo di ceramiche di Vietri risalenti agli anni
Trenta-Quaranta del Novecento alludono al tema delle belle donne e del
corteggiamento,come l’albarello(vaso da farmacia cilindrico, con strozzatura
nella parte centrale)che riproduce un profilo di donna “alla greca”per la
linea continua che unisce fronte e naso e per l’occhio “a cuneo”. La
sensualità della figura è sottolineata dalla scollatura che scopre parte
della spalla e dai capelli raccolti morbidamente che lasciano cadere una
ciocca e intravedere l’orecchio e il suo orecchino a cerchio con
pendaglio;ma anche dal contrasto tra la capigliatura bruna e la carnagione
pallida,mentre la ruche azzurra che orla il vestito e le maniche vaporose
danno un tocco di frivolezza che contrasta con la freddezza delle tinte blu
e gialle dell’abito. Sempre a tema è una piccola coppa in ceramica
realizzata da Richard Dolker che ritrae nel tondo una fanciulla di bell’aspetto
in abiti rinascimentali. Sempre al gruppo di Vietri appartengono due
segnalibri di stessa epoca che riproducono un uomo con mandolino e una donna
che lo ascolta,mentre si scambiano sguardi amorevoli;e ancora una coppia di
asinelli che giocano teneramente identificandosi in un corteggiamento
umano. La valenza sessuale dell’animale si perde e si sottolinea il suo
ruolo rassicurante di animale da soma che conduce Gesù a Gerusalemme e che
lo scalda nella grotta della Natività. Infine,un trio di opere dell’artista
Irene Kowaliska,una piastrella,un foulard in cachemire,e una fiasca di
terracotta smaltata,sempre provenienti da Vietri e risalenti alla stessa
epoca del gruppo ceramico, sono dedicati alla dolcezza dell’amore come fonte
di felicità e come armonia interiore;questo messaggio viene trasmesso
attraverso la compostezza degli innamorati,e mediante una composizione
essenziale ed elegante che fa uso di un colore equilibrato negli
accostamenti tonali e nel disegno. Infine,un ultimo reperto archeologico
collocabile cronologicamente al IV-III sec. a. C.;si tratta di un lebete
proveniente da una tomba a cassa in tufo della necropoli salernitana. Questa
tipologia di vaso veniva offerta alle donne per le nozze,e raffigura su un
lato una donna con specchio intenta a prepararsi per il suo sposo, un tema
ricorrente nella decorazione vascolare. Della produzione lodigiana presente
nella mostra,nella sezione storica ritroviamo un vaso in maiolica della metà
di XIX sec. realizzato dalla Fabbrica Dossena; è decorato interamente con
scene mitologiche in cui è presente il dio Nettuno(chiara allusione
all’elemento marino a cui è legata la nascita di Venere)accanto ad una
ninfa. Gli sfondi hanno lumeggiature di colore verde e azzurro che si
stemperano nel cielo creando un effetto di trasparenza e di movimento. Di
notevole raffinatezza compositiva e cromatica sono un bacile in maiolica del
1765 ca. ed una targa rettangolare del 1749. Il primo fa parte di un lavabo
ed è stato prodotto dalla fabbrica Antonio Ferretti,una tra le più
importanti in Lombardia nel Settecento. Ha una forma quadrilobata,con una
cornice floreale divisa in quattro parti da scanalature dipinte di giallo,
come il bordo esterno e la cornice interna,che racchiude una scena in
monocromo turchino:una figura di donna tra due ancelle è appena uscita dal
bagno e ricorda Venere nata dalla schiuma del mare. La targa rettangolare in
maiolica è anch’essa in monocromo turchino e rappresenta quattro fanciulle a
seno scoperto che corrono danzanti verso un fuoco;il calice di vino tenuto
alzato da una delle donne allude ad un rito bacchico. Preziosa è la scatola
ovale blu di XVIII sec. della Manifattura di Wedgwood,che ritrae Venere tra
due amorini su una nube bianca;una ghirlanda bianca di foglie di quercia
corre intorno al perimetro. Chiudono la rassegna una serie di tre piatti
raffiguranti Venere e Amore di XIX sec.,un gruppo plastico sempre con Venere
e Amore,e due targhe in maiolica di XVIII sec. con Venere trainata da un
carro di delfini,e Venere incoronata da Amore con una ghirlanda di fiori in
un paesaggio lacustre. Tra le opere ceramiche della sezione contemporanea
risalta la Venere in ceramica senza rivestimento di Silvana Galeone,una
figura primitiva e provocatrice che sembra racchiusa nella materia,a voler
raccontare il suo primigenio legame con le acque del mare. Un’altra
interpretazione particolare di Venere è quella di Stefano e Antonio
Monteforte . La dea a mezzo busto e a seno scoperto è reinterpretata in
chiave moderna con naturalismo e cura dei particolari;la figura che
fuoriesce da un catino blu,simbolo delle acque marine,ha un’espressione
estatica nel volto incorniciato da lunghi capelli;intorno alla Venere una
serie di colombe movimentano la composizione. Ne “La nascita di Venere” di
Ciro D’Elia la Venere esce dalla cresta di un’onda che la sostiene mentre si
distacca dall’elemento marino. La sezione contemporanea si conclude con una
serie di reinterpretazioni personali del mito di Venere,alcune
fantasiose,altre surreali,ed altre persino avveniristiche ed astratte,
sottolineando la continuità tra passato e presente,e riflettendo sul perchè
il mito sopravviva alle trasformazioni del tempo;forse la modernità ha
bisogno ancora di sognare.
Antonella Colaninno
Bibliografia: Catalogo della mostra a cura di
Daniela De Vincentis. Litografia Ettorre.
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