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Il Palazzo dei Normanni (da molti chiamato anche Palazzo Reale)
sorge sul sito che nel VI secolo a.C. i Cartaginesi (un popolo
originario dell'attuale Libano, che aveva fondato vicino Tunisi la
città di Cartagine) scelsero come importante base commerciale per
i loro traffici marittimi. Ciò determinò la nascita del primo
nucleo della città di Palermo (il nome deriva dal greco Panormos,
cioè "tutto portò") come mostrano gli ampi tratti di mura che
recenti scavi hanno permesso di mettere in luce, strutture
peraltro rinforzate nel periodo delle guerre puniche.
Il Palazzo dei Normanni è il testimone di tutte le dominazioni
avute nella città e l'edificio che vediamo oggi è composto da una
miscela di modifiche apportate col susseguirsi dei popoli
conquistatori.
Il palazzo sorge su una struttura di origine punica, le prime
notizie storiche risalgono al tempo degli arabi che modificarono
tale struttura creando il palazzo dell'emiro. Ma in seguito, per
motivi di sicurezza, l'emiro si trasferì alla Kalsa. Il palazzo
torna a essere il centro del potere coi normanni che lo
trasformano in una vera e propria reggia.
Ruggero II vi fa costruire la cappella palatina, eccezionale
struttura che ci invidia tutto il mondo per via dei suoi mosaici
bizantini che la rivestono, realizzati in smalto e oro,
raffiguranti storie di santi, e il Cristo Pantocratore nell'abside
centrale. Delle quattro torri esistenti in quel periodo (Pisana,
Ioaria, Chirimbi e Greca) oggi rimane solo quella Pisana dove in
cima si puo' vedere la cupola dell'osservatorio astronomico.
Nel periodo Svevo continuò a essere sede reale e Federico II ne
fece il centro culturale della scuola poetica siciliana,
promotrice della lingua italiana. Con la conclusione della
dinastia Sveva, il palazzo venne abbandonato fino alla dominazione
spagnola.
Con gli spagnoli, il palazzo diventa la sede del Vicerè e cambia
completamente aspetto; sul lato occidentale viene costruita una
struttura con tre elevazioni (una di queste ospitava le riunioni
parlamentari del regno), nel 1571 vennero costruiti i loggiati del
cortile della fontana , nel 1580 si realizza un corridoio per
collegare il palazzo alla Porta Nuova, nel 1601 tocca al cortile
Maqueda e la scalinata che collega i tre loggiati e nel 1787 si
creano le attuali Sala Rossa, Gialla e Verde.
Con i Borboni fu costruito l'osservatorio astronomico e fu dipinta
la sala del parlamento, rinominata Sala D'Ercole per la
raffigurazione delle fatiche dell'eroe. Oggi il palazzo è ancora
il centro del potere visto che ospita la sede dell'Assemblea
Regionale Siciliana.
Palermo normanna
Articolo tratto da Ulisse, rivista di bordo dell’Alitalia, di
Lea Mattarella, 8/04,
Ci sono
città che si identificano perfettamente con un periodo storico,
quello in cui magari hanno raggiunto una grandezza politica,
culturale, artistica, letteraria in seguito mai più eguagliata.
Sono posti suggestivi e rassicuranti perché vi si respira intatta
proprio l’aria dell’epoca che vi si va cercando.
Poi ci sono le città delle sorprese, dove tutto è possibile.
Luoghi dove regna la stratificazione e le tracce del tempo passato
sopravvivono una sull’altra. Le immagini si accavallano,
convivono stili e periodi, non si parla un solo linguaggio, ma
dieci, cento, mille idiomi differenti. Palermo è così. Qui
convivono la civiltà araba e la classicità, la sobrietà del mondo
rinascimentale e il barocco più sfrenato, le grandi decorazioni
normanne e l’eleganza liberty, leggende medioevali e certezze
illuministe. E non c’è una cosa che prevalga sull’altra. Tutto
viene assorbito con la stessa potenza dall’immaginario di abitanti
e viaggiatori.
Palermo sorprende per i suoi innumerevoli aspetti: nel campo
delle arti figurative ci si imbatte in ogni genere di poetica e di
tecnica, anche le meno consuete. Per esempio, Palermo è una delle
capitali del mosaico e dello stucco, una delle varie possibilità
della scultura, qui interpretata nella sua visione più eccentrica.
Alle maestranze bizantine che lavarano per i re normanni si devono
i primi; Giacomo Serpotta, uno dei tanti figli del popolare
quartiere della Kalsa, è invece l'autore dei secondi. Così, non
distanti tra loro, si ammirano i colori sgargianti delle tessere
di vetro, ma anche di marmi, conchiglie, pietre, lapislazzuli,
smalti, malachite che formano i mosaici realizzati nel XII secolo,
e il candore del bianco assoluto degli Oratori decorati da
Serpotta negli anni a cavallo tra il XVII e il XVIII secolo.
Cappella Palatina
I mosaici più antichi della città sono quelli della Cappella
Palatina, all'interno del palazzo dei Normanni. Sono
sopravvissuti
in tutto il loro splendore e la loro magnificenza e chiariscono
subito che la tecnica delle tessere colorate da queste parti
significa soprattutto luminosità e profusione di oro. Se i
frammenti dorati erano utilizzati dai romani con una certa
sobrietà, soltanto per lumeggiare o per sottolineare piccoli
particolari, qui invece invadono la superficie creando
composizioni che, in primo luogo, abbagliano. Poi le figurazioni
colpiscono per la maestria nella resa dei particolari, dello
spazio, di volti e panneggi. Ma il primo impatto è, ancora una
volta, quello dello stupore.
Stanza di Ruggero II
A volere la ricca decorazione della Cappella Palatina era stato
Ruggero II che, incoronato rè nel 1132, voleva dimostrare a tutti
il ruolo centrale del suo regno e, per far questo, cercava gente
capace di fare in grande. La trovò a Costantinopoli, importando in
Sicilia la grande tradizione bizantina costruita su immagini
eleganti, imponenti, stilizzate, preziose. I normanni
trasferiscono in Sicilia il leggendario lusso orientale, i canoni
un po' rigidi ma anche l'immensa raffinatezza della civiltà sorta
a Bisanzio. Ma, com'è stato notato da diversi studiosi, in alcune
parti di queste mirabolanti decorazioni c'è una componente greca,
nel vibrare delle immagini, nel digradare dell'oro dei fondi che
cercano quasi di tradurre il principio pittorico di creare
profondità attraverso il colore.
È probabile che il grande ciclo di mosaici, che copre la cappella
tanto da trasfigurarla in una scatola luminosa, sia stato eseguito
in due momenti diversi. I primi, terminati nel 1147 sono quelli
del santuario con la cupola su cui troneggia il Cristo Pantocrator
circondato da angeli, arcangeli, profeti, santi, evangelisti: è
l'immagine del Padre onnipotente che intimorisce e protegge nello
stesso tempo. La ritroveremo, gigantesca e solenne, alla Martorana,
nell'abside del Duomo di Monreale e in quello di Cefalù.
Di qualche anno più tardi sono i mosaici della navata con le
Storie del Vecchio Testamento. E anche questi brillano e splendono
sul fondo dorato e, sebbene ci sia sempre quel carattere
astrattizzante, mistico e incantato di derivazione bizantina, si
nota anche un lieve accento narrativo. Come nella scena che
raffigura il peccato originale in cui il volto di Eva sarà pure
distante e impassibile mentre addenta il suo frutto proibito, ma
l'espressione del serpente la dice lunga sulle sue intenzioni...
Quanto fossero abili questi anonimi artisti a integrare
l'architettura con le decorazioni lo mostra il rapporto magico, di
esaltazione reciproca che si crea tra l'oro e il marmo delle
pareti, il soffitto intagliato da stalattiti, simile a quello di
una grotta creata da una natura bizzarra, gli intarsi dei
pavimenti.
Nello stesso palazzo dei Normanni, oltre ai temi sacri, i
mosaicisti possono mostrare la loro grande maestria anche nella
decorazione profana, come avviene nella Stanza di re Ruggero, dove
la magia di un universo dorato non è più applicata alle figure
celesti ma investe flora, fauna, figure mitiche. Come i due
centauri che si fronteggiano con archi e frecce in un confronto
tanto lontano da un vero combattimento, quanto simile ad una
danza.
Per Ruggero II e per i suoi successori Guglielmo I e Guglielmo II
invadere palazzi e chiese con magnifiche decorazioni era un modo
per comunicare la propria potenza. Infatti quasi tutte le grandi
committenze del periodo sono regali. Fa eccezione la Chiesa di
Santa Maria dell'Ammiraglio che qui nessuno chiama così, ma tutti
conoscono come La Martorana perché, nel 1433, Alfonso d'Aragona la
cedette al vicino monastero benedettino fondato da Eloisa
Martorana. Voluta da Giorgio d'Antiochia, ammiraglio appunto di
Buggero II, la chiesa possiede un interno abbagliante ed è qui che
compare il dettaglio, che ci conferma ancora una volta il valore
ideologico e politico di queste decorazioni, di Ruggero incoronato
direttamente da Cristo: il primo leggermente più piccolo del
secondo in un timido tentativo di rispettare una gerarchla, subito
smentita dalla ricchezza e dal lusso delle vesti e dei paramenti
del re, nonchè da una certa somiglianza tra i due, come se davvero
appartenessero ad una stessa dinastia. Il committente appare,
invece, minuscolo ai piedi di una maestosa Madonna a cui sta
offrendo la sua opera. E qui si che si sottolinea il diverso
valore dei due.
Tutto colorato, e arricchito da una vegetazione abituata da
secoli al sole del Sud. Si potrebbe pensare che allora Palermo sia
proprio questo. Immagini archetipiche e modernissime ad un tempo,
brillanti di colori e di luci da secoli. Ma sarebbe troppo
semplice. Ci sono tante Palermo e ci sono cose che si possono
trovare solo qui. Gli Oratori di Giacomo Serpotta (Santa Zita, San
Lorenzo, il Rosario di San Domenico) sono l'altra faccia di uno
stesso modo di intendere l'ornamentazione: esagerando. Serpotta
però non si affida al colore, sceglie il bianco e si concentra
sulla forma, sulla profondità dello spazio, sulle torsioni dei
corpi, le espressioni dei volti. Se i mosaici emozionano in
silenzio, con la loro immobilità, questi stucchi sono
l'incarnazione del movimento: sembra quasi di sentire l'animato
bisbigliare tra loro delle figure scolpite. Serpotta copre le sale
su cui interviene di putti dalle carni rotonde e morbide che
paiono di panna montata, di fanciulle che incarnano Sante o
raffigurano Virtù, ma sono anche sensuali e un po' civette.
Trasforma lo spazio in un teatro, in una scenografia agitata e
vivace. Come se avesse deciso di portare all'interno delle chiese
e degli oratori il ritmo della vita che pulsa nelle strade di
questa città dall'anima al plurale.
esegesi e ricerca storica : Antonio Cocilio - Palermo 2006
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