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PANORAMA DEGLI ARTISTI E DELLE RASSEGNE

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Mostra della ceramica 2007 "Il Mito di Venere"

XIV Concorso di Ceramica Mediterranea

Castello Episcopio 

 

 

 

La città di Grottaglie custodisce da tempo la pregevole arte della creazione della ceramica che l’ha resa nota in tutto il mondo,e che le è valso il marchio D.O.C. accanto agli altri venticinque centri ceramici riconosciuti. Grottaglie vanta oltre cinquanta botteghe ubicate lungo il quartiere delle ceramiche,una zona caratterizzata dalla presenza di grotte entro cui si trovano le botteghe artigiane e gli spazi espositivi,che sfruttano l’umidità di questi ambienti per conservare al meglio le proprietà dei manufatti ceramici,e che conferiscono anche uno scenario particolare che si lega alla morfologia e alla storia di questi territori,ricchi di gravine e di grotte,luoghi ideali per il raccoglimento religioso nella profondità delle rocce;infatti,il territorio è ricco di chiese rupestri che raccolgono gran parte della pittura medioevale realizzata direttamente sulla pietra senza preparazione,o affrescata,le quali sono nate come luogo di preghiera e di rifugio per le popolazioni limitrofe e per quelle che giungevano dal vicino oriente,come i monaci basiliani,ma c’è chi pensa che siano state create dalle popolazioni contadine del luogo. La mostra sviluppa ogni anno un tema diverso,e quest’anno ci riporta al mito di Venere e ai temi a lei connessi,quali la bellezza, l’amore e la fecondità,e si divide in due sezioni: quella delle opere storiche,che comprende circa trenta esemplari tra ceramiche,reperti archeologici,statue,stoffe,stampe e quadri,databili tra il V sec. a.C. e gli anni Trenta e Quaranta del ‘900; e quella delle opere contemporanee in concorso, di ceramisti locali ed esteri,a cui si uniscono i lavori degli studenti delle scuole medie inferiori e superiori,e le opere degli studenti dell’istituto d’arte di Grottaglie. Inoltre,la parte museale comprende oggetti provenienti dal Museo Civico di Lodi,databili al XVIII e XIX sec.,e opere provenienti dal Museo Internazionale delle Ceramiche di Faenza. La parte museale è allestita all’interno del Castello Episcopio,mentre le opere in concorso sono esposte nel giardino Giacomo d’Atri annesso al Castello,dove il tema di Venere e del suo legame con il mare è ripreso nel pavimento intonacato a calce azzurra con motivi ad onde bianche e azzurre che corrono in basso lungo il perimetro. All’elemento marino si unisce il verde delle piante grasse e dei cactus posti nei vasi  all’interno delle sale del Castello che contribuiscono a connotare un’atmosfera mediterranea,nella quale si espleta il mito di Venere. L’amore e la bellezza in tutte le sue forme,dal corteggiamento alla prostituzione,dalla tenerezza alla omosessualità,all’affetto materno sono il filo conduttore della mostra. Alla tenerezza si riferisce l’epigrafe sepolcrale alla memoria di Cecina Saturnina,morta all’età di diciotto anni, fatta realizzare da sua madre,mentre il suo amato fece realizzare il sepolcro. E’ stata rinvenuta nella necropoli romana di Salerno di prima età imperiale,ed è oggi conservata al Museo Archeologico Provinciale di Salerno. Sempre da Salerno,dalla Pinacoteca Provinciale proviene la scultura in terracotta di Gaetano Chiaromonte degli anni Trenta del Novecento,che esprime voluttà nelle curve sinuose del corpo nudo della donna,nella tensione che lo irrigidisce,e nella espressione di piacere del volto,con il suo sorriso malizioso e beffardo. La sensualità è legata anche all’immagine dell’acquaforte datata al 1778,che ritrae Venere ed Eroti. La Venere è un esplicito riferimento ad una nobildonna dell’epoca,che mostra la sua opulenza nelle vesti discinte mentre scosta le tende sontuose del baldacchino,lasciando intravedere il letto disfatto. La stampa esprime il lusso e la sensualità degli ambienti di corte settecenteschi. In un’altra acquaforte di XIX sec. raffigurante Venere e Cupido,si allude all’amore materno che lega una madre al proprio figlio;Venere infatti,tiene in una mano l’arco che ha sottratto a Cupido,come una madre che strappa dalle mani di suo figlio un qualsiasi oggetto che può provocargli una ferita. Nel mito Venere toglie a Cupido-Eros lo strumento con cui scaglia le frecce,dando luogo a sentimenti d’amore o di avversione a seconda del tipo di freccia,in oro o in piombo. La stampa riprende il quadro del Veronese,come è scritto nell’iscrizione sottostante:”PAOLO CALLIARI VERONESE DIPINSE,PAOLO VITALI INCISE IN ROMA”. In questo gesto,di chiara valenza simbolica,Venere vuole mostrare  la sua supremazia nelle “questioni di cuore” ed ergersi a sovrana indiscussa dell’amore,ed è ritratta con un seno scoperto come un’Amazzone della tradizione scultorea classica. Un’altra opera a tema è l’acquaforte raffigurante sempre Venere e Cupido,ma in un’ambientazione e in una realizzazione formale e stilistica diverse;le figure infatti,sono collocate in un contesto paesaggistico e sviluppate su forme più morbide e ritmate,in un contesto giocoso privo della severità dell’ìmmagine precedente. L’atmosfera di spensierata giocosità è sottolineata dalla presenza del fauno-satiro che appare dietro al cespuglio,con zoccoli caprini e flauto. Di grande grazia formale è il tondo(un olio su tela)dal titolo “Scherzo di Amorini”,della prima metà di XVIII sec. che ritrae due puttini speculari,uno rivolto verso lo spettatore e l’altro verso se stesso,legati da un manto rosso che svolazza tra i loro corpi. Nella stampa(acquaforte a cera molle)di XVIII-XIX sec. raffigurante in un tondo Venere e Adone,la bellezza e l’amore si sublimano;le due divinità simbolo di bellezza amoreggiano su un’alcova sotto lo sguardo di Cupido alle prese con un tendaggio che lascia intravedere un paesaggio boschivo sul fondo. Anche qui una legenda sottostante attesta che si tratta della riproduzione del quadro di” Venere e Adone”di Luca Cambiaso(conservato a Roma nella Galleria Borghese).La mitologia ci ricorda che Venere –Afrodite poteva amoreggiare con Adone solo sei mesi l’anno sulla terra, mentre gli altri sei mesi erano dediti a Persefone negli inferi;infatti,così Zeus aveva risolto la controversia tra le due donne rivali in amore. Secondo la leggenda dall’amore di Venere e Adone è nata la rosa,simbolo dell’amore,dalle lacrime versate dalla dea per la morte dell’amato(tante furono le lacrime versate quante furono le gocce di sangue di Adone,da cui invece,nacque l’anemone). Il mito della bellezza trionfa anche nelle due statue romane acefale in marmo di età imperiale. Una scultura ha le parti intime coperte da un panneggio(himation) che scende lungo i fianchi coprendo le gambe che però,si evidenziano dall’effetto trasparenza; è una figura dalle membra pesanti che scaricano il peso sugli arti inferiori che cercano a fatica un equilibrio nei piedi distanziati e nelle ginocchia flesse. Questa Venere “vestita”(una variante dell’Afrodite Cnidia capitolina)ha accanto un delfino,che nella composizione sembra quasi voler bilanciare il peso della figura,e ha qui una valenza di attributo,a ricordare la nascita di Venere dalle acque del mare. La Venere acefala “desnuda”presenta un maggiore equilibrio formale,realizzato nella leggera torsione del busto su cui si allinea il bilanciamento di braccia e gambe. E’una copia di età romana su modello dell’Afrodite Cnidia di Prassitele(di cui ci sono cinquanta copie al mondo).In una teca si conserva un anello in argento di epoca ellenistica(prima metà di terzo sec. a. C.)che rappresenta a sbalzo la figura di Eros-Cupido figlio di Afrodite,caratterizzata dalla presenza di una freccia con la punta rivolta in basso e un uccello posto sull’altra estremità. Tra i reperti archeologici sono di particolare bellezza un gruppo di colombe fittili su cui è ancora visibile in parte la decorazione che disegna il piumaggio. Fanno parte della Collezione Boezio donata nel 1928 al Museo di Salerno.Sono state rinvenute nel 1896 nel giardino di casa Boezio,e risalgono al V-IV sec. a.C. La collezione fu divisa tra Salerno e Parigi. Provengono da un’area adibita a santuario dedicata ad Afrodite e rappresentano il simbolo della divinità e alludono all’amore sessuale. Inoltre,questo animale veniva allevato presso i santuari e rappresentava il dono che gli amanti facevano alle loro donne con chiara valenza allusiva. Legato all’amore,anche a quello omosessuale, è un piatto in ceramica graffita,databile al XV-XVI sec che riporta il disegno di un coniglio nel centro del fondo. Nella società greca arcaica e classica l’animale veniva offerto come prova d’amore e come auspicio di fertilità;la sua rappresentazione fu ancora in auge in epoca cristiana;infatti,la si ritrova sulle lucerne,benché sia un soggetto comune anche alle ceramiche bizantine. Una lucerna databile al II sec. d.C .rinvenuta nella necropoli romana di Salerno,riporta nel disco una scena erotica di accoppiamento tra un uomo ed una donna. L’atto sessuale era un tema decorativo ricorrente su questi manufatti,accanto al tema mitologico,agli animali e ad altri generi. L’atto della copula è rappresentato esplicitamente in una ceramica degli anni Trenta-Quaranta del Novecento che riproduce l’accoppiamento di due somarelli di colore blu e ocra;nella simbologia l’asino rappresenta la lascivia e l’energia dell’atto sessuale per la robustezza della sua corporatura. Un gruppo di ceramiche di Vietri risalenti agli anni Trenta-Quaranta del Novecento alludono al tema delle belle donne e del corteggiamento,come l’albarello(vaso da farmacia cilindrico, con strozzatura nella parte centrale)che riproduce un profilo di donna “alla greca”per la linea continua che unisce fronte e naso e per l’occhio “a cuneo”. La sensualità della figura è sottolineata dalla scollatura che scopre parte della spalla e dai capelli raccolti morbidamente che lasciano cadere una ciocca e intravedere l’orecchio e il suo orecchino a cerchio con pendaglio;ma anche dal contrasto tra la capigliatura bruna e la carnagione pallida,mentre la ruche azzurra che orla il vestito e le maniche vaporose danno un tocco di frivolezza che contrasta con la freddezza delle tinte blu e gialle dell’abito. Sempre a tema è una piccola coppa in ceramica realizzata da Richard Dolker che ritrae nel tondo una fanciulla di bell’aspetto in abiti rinascimentali. Sempre al gruppo di Vietri appartengono due segnalibri di stessa epoca che riproducono un uomo con mandolino e una donna che lo ascolta,mentre si scambiano sguardi amorevoli;e ancora una coppia di asinelli che giocano teneramente  identificandosi in un corteggiamento umano. La valenza sessuale dell’animale si perde e si sottolinea il suo ruolo rassicurante di animale da soma che conduce Gesù a Gerusalemme e che lo scalda nella grotta della Natività. Infine,un trio di opere dell’artista Irene Kowaliska,una piastrella,un foulard in cachemire,e una fiasca di terracotta smaltata,sempre provenienti da Vietri e risalenti alla stessa epoca del gruppo ceramico, sono dedicati alla dolcezza dell’amore come fonte di felicità e come armonia interiore;questo messaggio viene trasmesso attraverso la compostezza degli innamorati,e mediante una composizione essenziale ed elegante che fa uso di un colore equilibrato negli accostamenti tonali e nel disegno. Infine,un ultimo reperto archeologico collocabile cronologicamente al IV-III sec. a. C.;si tratta di un lebete proveniente da una tomba a cassa in tufo della necropoli salernitana. Questa tipologia di vaso veniva offerta alle donne per le nozze,e raffigura su un lato una donna con specchio intenta a prepararsi per il suo sposo, un tema ricorrente nella decorazione vascolare. Della produzione lodigiana presente nella mostra,nella sezione storica ritroviamo un vaso in maiolica della metà di XIX sec. realizzato dalla Fabbrica Dossena; è decorato interamente con scene mitologiche in cui è presente il dio Nettuno(chiara allusione all’elemento marino a cui è legata la nascita di Venere)accanto ad una ninfa. Gli sfondi hanno lumeggiature di colore verde e azzurro che si stemperano nel cielo creando un effetto di trasparenza e di movimento. Di notevole raffinatezza compositiva e cromatica sono un bacile in maiolica del 1765 ca. ed una targa rettangolare del 1749. Il primo fa parte di un lavabo ed è stato prodotto dalla fabbrica Antonio Ferretti,una tra le più importanti in Lombardia nel Settecento. Ha una forma quadrilobata,con una cornice floreale divisa in quattro parti da scanalature dipinte di giallo, come il bordo esterno e la cornice interna,che racchiude una scena in monocromo turchino:una figura di donna tra due ancelle è appena uscita dal bagno e ricorda Venere nata dalla schiuma del mare. La targa rettangolare in maiolica è anch’essa in monocromo turchino e rappresenta quattro fanciulle a seno scoperto che corrono danzanti verso un fuoco;il calice di vino tenuto alzato da una delle donne allude ad un rito bacchico. Preziosa è la scatola ovale blu di XVIII sec. della Manifattura di Wedgwood,che ritrae Venere tra due amorini su una nube bianca;una ghirlanda bianca di foglie di quercia corre intorno al perimetro. Chiudono la rassegna una serie di tre piatti raffiguranti Venere e Amore di XIX sec.,un gruppo plastico sempre con Venere e Amore,e due targhe in maiolica di XVIII sec. con Venere trainata da un carro di delfini,e Venere incoronata da Amore con una ghirlanda di fiori in un paesaggio lacustre. Tra le opere ceramiche della sezione contemporanea risalta la Venere in ceramica senza rivestimento di Silvana Galeone,una figura primitiva e provocatrice che sembra racchiusa nella materia,a voler raccontare il suo primigenio legame con le acque del mare. Un’altra interpretazione particolare di Venere è quella di Stefano e Antonio Monteforte . La dea a mezzo busto e a seno scoperto è reinterpretata in chiave moderna con naturalismo e cura dei particolari;la figura che fuoriesce da un catino blu,simbolo delle acque marine,ha un’espressione estatica nel volto incorniciato da lunghi capelli;intorno alla Venere una serie di colombe movimentano la composizione. Ne “La nascita di Venere” di Ciro D’Elia la Venere esce dalla cresta di un’onda che la sostiene mentre si distacca dall’elemento marino. La sezione contemporanea si conclude con una serie di reinterpretazioni personali del mito di Venere,alcune fantasiose,altre surreali,ed altre persino avveniristiche ed astratte, sottolineando la continuità tra passato e presente,e riflettendo sul perchè il mito sopravviva alle trasformazioni del tempo;forse la modernità ha bisogno ancora di sognare.

                                     

                                         Antonella Colaninno

Bibliografia: Catalogo della mostra a cura di Daniela De Vincentis. Litografia Ettorre 

 

 

 

 

 

data ultima modifica: mercoledì 16 agosto 2017
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